| 22 Novembre 2009, 17:53 |
L MINISTRO BRUNETTA VUOLE CANCELLARE I PRECARI LA REGIONE SICILIA NON DA ALCUNA GARANZIA PER IL FUTURO DEI PRECARI SICILIANI NON RESTIAMO FERMI AD ASPETTARE: MOBILITIAMOCI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
Il Ministro Brunetta ha intrapreso una vera e propria caccia al precario, cancellando qualsiasi ipotesi di stabilizzazione. Non si tratta di un allarmismo azzardato di ma realtà pura.
L’art. 49 della Legge 133/2008 di conversione al D.l.gs 112/2008 (c.d. Decreto Brunetta) prevede, infatti, che i contratti di lavoro a tempo determinato non possono aver durata superiore a tre anni nell’ultimo quinquennio, e non possono essere rinnovati. (Noi siamo comunque convinti della non applicazione dello stesso in Sicilia)
Questa norma se applicata in Sicilia, ai precari contrattualizzati (ex Asu), produrrebbe conseguenze disastrose, impedendo la possibilità di rinnovare i contratti, a 24 ore settimanali, stipulati in applicazione della legge n° 16 del 2006 (e l.r. 85/95). Tutto ciò spedirebbe a casa i precari, cancellando per sempre l’aspettativa di un lavoro stabile per una platea di precari storici composta da oltre 20 mila lavoratori ormai over 40.
Una domanda è d’obbligo. Questa norma si applica o no ai precari contrattualizzati (ex Asu) della Regione Sicilia? Nessuno fino ad ora ha voluto dare una risposta ufficiale ed allo stesso tempo delineare dare un segnale chiaro su come si intende procedere.
Questa situazione di assoluta incertezza è preoccupante anche alla luce dell’atteggiamento del Governo Regionale che chiuso in un silenzio tombale, sottovaluta il problema e lo sottace come se esso non esistesse.
Tutto ciò è inaccettabile e dobbiamo reagire prima che accada il peggio e alla luce di ciò in un’assemblea regionale che si è svolta il 22 ottobre a Piazza Armerina sono state fissate le seguenti priorità:
DICHIARARE LO STATO DI AGITAZIONE DELLA CATEGORIA;
RICHIEDERE UN INCONTRO IMMEDIATO CON IL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA ON. RAFFALE LOMBARDO E CON L’ASSESSORE REGIONALE AL LAVORO INCARDONA;
COINVOLGERE I PREFETTI SICILIANI;
INFORMARE DEL PROBLEMA L’ANCI E L’URPS COINVOLGENDO I SINDACI E I PRESIDENTI DELLE PROVINCE A MOBILITARSI AL FIANCO DEI LAVORATORI
In mancanza di risposta in tempi brevi occorrerà alzare il livello di mobilitazione organizzando scioperi e manifestazioni eclatanti di piazza in tutta la Sicilia.
Nel corso dello stesso incontro si è anche parlato della necessità di dare completa attuazione alla Legge n° 16 del 2006 nei punti che sono rimasti inattuali:
completamento stipula di contratti per la categoria di lavoratori provenienti dall’ex art. 23;
stipula di contratto per la altre categorie di lavoratori Asu ex circolare 331/99 e lavoratori Lpu.
integrazione a 24 ore dei contratti ex art. 25 Legge del 2003.
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Art. 21 comma I Costituzione Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione. |
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caffeScorretto.com |
Commenti
I LAVORATORI NON SONO ACCATTONI
sono dei lavoratori con alta dignità professionale. Sapranno combattere in ogni direzione per difendere i diritti di lavoratori acquisiti.
Nessn politico potrà disfarsene, altrimenti il sistema va in frantumi. Sono detentori di segreti professionali in vari Enti, senza giuramento, conoscono tutto e tutti.
Hanno il senso della riservatezza professionale.
le olive potranno finalmente
essere raccolte.
che significa?
le olive potranno finalmente essere raccolte?
Tu sei uno che detesta, sicuramente, i precari.
Incosciente egoista sei contro il popolo dei lavoratori onesti.
Perchè non dici il tuo nome?
Non nasconderti nell'anonimato, esprimi chiaramente il tuo pensiero.
Non essere un vigliacco.
sentenza: risarcire ai precari la mancata indennità di carriera
Data: martedì 6 ottobre 2009 - 11:53:46 PM
Fonte: il mattino
A Treviso 30 tra insegnanti e amministrativi vincono la causa contro il ministero
Scuola, sentenza: risarcire ai precari la mancata indennità di carriera
Lo Stato deve risarcire i precari della scuola, docenti e personale amministrativo, per la mancata indennità di carriera che, con il contratto a termine, non hanno potuto percepire. Lo ha stabilito il Giudice del lavoro di Treviso con una sentenza “pilota” a favore di 30 tra insegnanti ed amministrativi che, assistiti dalla Uil Scuola, hanno fatto causa al Ministero dell'istruzione.
La sentenza “condanna” il Ministero a risarcire in favore della parte ricorrente il danno da individuarsi nella differenza fra quanto è stato effettivamente percepito e quanto avrebbe dovuto percepire se i periodi di lavoro effettivamente prestati fossero stati da subito regolati secondo la disciplina del contratto a tempo indeterminato.
Oltre ai 30 precari che hanno vinto la causa con il Ministero, ci sarebbero altre 270 persone pronte a seguire lo stesso iter giudiziario. Inoltre la sentenza potrebbe aprire la strada al ricorso alla giustizia da parte di altre figure professionali con contratto simile.
LA PRECARIETÀ È UNO STATO DI SOFFERENZA...
ESORTO TUTTI AD UNA PRESA DI COSCIENZA, ESORTO TUTTI A NON SUBIRE UN TRATTAMENTO IGNOMIGNOSO. INVITO TUTTI A NON SUBIRE GLI EVENTI MA PARTECIPARE AGLI STESSI. BISOGNA PORTARE OGNI VICENDA, OGNI TORTO, OGNI INTENTO DILATORIO DINANZI ALLE SEDI GIUDIZIARIE ED IN TUTTI I GRADI DEL GIUDIZIO. BISOGNA ESSERE UNITI E PARTECIPI."
Sentenza salva precari Il reintegro deciso dal giudice
non può più essere evitato
OKNOtizie
| Economia | Gabriele Fava
Pubblicato il giorno: 25/07/09
LiberoLavoro
Finalmente una buona notizia per i precari. La Corte costituzionale ha bocciato la norma che consentiva alle aziende private di evitare il reintegro deciso da un giudice del lavoro limitandosi a pagare da 2,5 a 6 mensilità. A tal proposito, con sentenza n. 214 dell’8 luglio 2009 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 4-bis del decreto legislativo 368/2001 successivamente modificato dalla legge 133/2008.
L’articolo in oggetto, nel dettare le disposizioni transitorie circa l’indennizzo per la violazione delle norme in materia di apposizione e di proroga del termine ai contratti di lavoro a tempo determinato, stabiliva che, con riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore dello stesso articolo, il datore di lavoro era tenuto unicamente a indennizzare il lavoratore.
La norma in questione, riservava, dunque, una tutela di rango inferiore ad alcuni lavoratori per il solo fatto di avere un giudizio in corso al momento dell’entrata in vigore della nuova disposizione. Il contratto di lavoro subordinato, infatti, è di regola stipulato a tempo indeterminato. Tuttavia, è consentita l’apposizione di un termine a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro e nel rispetto di specifiche formalità.
Alla violazione delle suddette prescrizioni consegue la conversione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato e risarcimento del danno. Da qui è stata sollevata la questione di illegittimità costituzionale della norma in oggetto che, sostituendo retroattivamente la conversione del rapporto di lavoro in una tutela semplicemente indennitaria, violerebbe il principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione. La Corte costituzionale, pronunciatasi sul punto, ha ritenuto ingiustificato che situazioni di fatto identiche, ossia contratti di lavoro a tempo determinato stipulati nello stesso periodo, per la stessa durata, per le medesime ragioni ed affetti dai medesimi vizi, risultino destinatarie di discipline sostanziali diverse per la mera e del tutto casuale circostanza della pendenza di un giudizio alla data del 22 agosto 2008, giorno di entrata in vigore dell’articolo 4-bis del d.lgs. 368/2001.
In effetti, da un lato, secondo il diritto vivente, la sanzione è rappresentata dalla conversione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato e risarcimento del danno, dall’altro, dall’erogazione di una modesta indennità. Tale discriminazione è stata ritenuta priva di ragionevolezza tanto più in quanto non collegata alla necessità di accompagnare il passaggio da un regime normativo a un altro.
L’intervento del legislatore, infatti, non ha toccato la disciplina relativa alle condizioni per l’apposizione del termine o per la proroga dei contratti a tempo determinato. Ha, invece, semplicemente mutato le conseguenze della violazione delle previgenti regole limitatamente ad un gruppo di fattispecie selezionate in base alla circostanza, del tutto accidentale, della pendenza di una lite giudiziaria tra le parti del rapporto di lavoro. Con questa sentenza deve, quindi, ritenersi abrogato l’articolo 4–bis del d.lgs. 368/2001.
I lavoratori a tempo determinato avranno d’ora in poi la stessa tutela, senza alcuna discriminazione. Potranno, pertanto, ottenere la conversione del rapporto in lavoro a tempo indeterminato e il risarcimento del danno, in caso di violazione delle prescrizioni previste per l’apposizione e la proroga del termine nei contratti di lavoro subordinato.
Aumenti solo ai docenti di religione. Il collega di diritto
fa causa: Risarcita
Aula scolasticaAula scolasticaIniziativa dei radicali. Il giudice: "Discriminatorio".
ROMA - Un professore di religione guadagna più di un professore di italiano. E anche di uno di matematica, oppure di storia, di inglese, insomma di una delle qualsiasi materie obbligatorie nella scuola italiana. Lo dice la legge, anzi l'interpretazione della legge che per anni è arrivata dal ministero della Pubblica istruzione. Solo agli insegnanti di religione, durante il precariato, è riservato un aumento dello stipendio dei 2,5 per cento ogni due anni. Non un patrimonio, certo. Ma dopo otto anni, rispetto ai loro colleghi di altre materie, guadagnano 13o curo netti al mese in più. Stesso lavoro, stipendio diverso: una differenza ingiustificata e dal «profilo di tutta evidenza discriminatorio» secondo una sentenza del tribunale di Roma che potrebbe apri- re la strada ad un risarcimento danni di massa. E creare qualche problemino alle casse pubbliche che già di loro non sono messe benissimo. A fare causa è stata Alessandra Rizzuto, insegnante di diritto con incarico annuale in una scuola superiore della Capitale. Il suo avvocato, Claudio Zaza, sosteneva il carattere discriminatorio proprio di quello scatto automatico previsto solo per i professori di religione. E il giudice del lavoro gli ha dato ragione, condannando il ministero della Pubblica istruzione a risarcire la professoressa con 2.611 curo e 36 centesimi, cifra calcolata sommando gli aumenti che avrebbe avuto insegnando religione. La condanna riguarda solo questo caso specifico ma a poter presentare un ricorso simile sono più di Zoo mila: tutti i precari che hanno avuto almeno due incarichi annuali più quelli che sono passati di ruolo dal 2003 in poi, perché nelle cause di lavoro dopo cinque anni arriva la prescrizione.
La professoressa Rizzuto non è una testa calda che un bel giorno ha deciso di fare la guerra al ministero della Pubblica istruzione. La sua è una causa pilota promossa dai Radicali, e in particolare dal deputato Maurizio Turco e dal fiscalista Carlo Pontesilli, una coppia che da tempo va alla caccia dei «privilegi della Chiesa». Ed è proprio di «diritto per tutti trasformato in privilegio per pochi» che loro parlano.
L'aumento biennale del 2,5 per cento è stato introdotto con una legge dei 1961 che in realtà riguardava tutti gli insegnanti precari, a prescindere dalla materia. Ma nel corso degli anni una serie di circolari ministeriali ha ristretto lo scatto automatico solo a quelli di religione. All'epoca una logica ci poteva anche essere. Fino a pochi anni fa gli insegnanti di religione erano precari a vita, non passavano mai di ruolo e ogni anno, 01tre al nulla osta del vescovo, dovevano aspettare la chiamata del preside. Ma nel 2003, con legge ed apposito concorso, sono stati assunti a tempo indeterminato. E si sono portati dietro gli scatti accumulati, conservando il distacco in busta paga sugli altri colleghi.
Carlo Pontesilli, il fiscalista radicale, ha calcolato che se tutti quei 200 mila insegnanti facessero causa e vincessero, lo Stato dovrebbe tirar fuori 2 miliardi e mezzo di curo. Maurizio Turco, il deputato, se la ride: «Li invitiamo tutti a seguire questa strada. Vorrà dire che quei soldi li metteremo sul bilancio dei rapporti fra Stato e Chiesa».
Su iniziativa
Su iniziativa dell’assessora alle Pari Opportunità Loredana Dolci e delle Consigliere di parità Natalia Maramotti e Donatella Ferrari si riapre a Reggio Emilia, dopo anni di silenzio, la questione del mobbing. Provincia e consigliere di parità hanno infatti presentato ieri nella sala Conferenze di Palazzo Magnani il volume curato dalla sociologa Catia Iori “Vivere e lavorare con dignità. Come difendersi dal Mobbing” (Carocci editore), che oltre ad altri saggi raccoglie gli atti del convegno organizzato a Modena nel 2004 dalle Consigliere di parità Isa Ferraguti e Mirella Guicciardi presenti ieri a Palazzo Magnani.
Da allora ad oggi, come ha spiegato Catia Iori, il mobbing ha continuato anche in Italia a mietere vittime: 1,5 milioni di lavoratori e lavoratrici, secondo le associazioni nate per combattere questa piaga sociale che colpisce il 6% della popolazione attiva. Non sappiamo quanto ampio sia il fenomeno a Reggio Emilia, in quanto non c'è un osservatorio in grado di monitorarlo, ma sappiamo che esiste, ammorbando in maniera trasversale le grandi come le piccole imprese, pubbliche e private. Proprio in questi giorni sono due i casi di cui sono venute a conoscenza le Consigliere di parità (che però non possono agire in giudizio in tema di mobbing) e che riguardano una disabile impiegato in un ente pubblico e una lavoratrice cinquantenne, con un figlio a carico, a rischio licenziamento. A ciò si aggiungano gli otto casi di altrettanti lavoratori occupati in aziende reggiane (dei quali si è venuti a conoscenza, ma certamente non saranno i soli) e dei quali si sta occupando la Clinica del Lavoro di Milano, che in questi anni ha contribuito a sviluppare la conoscenza e la sensibilizzazione sociale al problema.
“Se fino agli anni ’90 – sottolineava la ricercatrice Catia Iori - il Mobbing si configurava come fenomeno certamente allarmante ma comunque circoscritto alle organizzazioni più vaste, oggi siamo in presenza di una realtà trasversale, che va di pari passo con il deteriorasi del mercato del lavoro, sempre più precario e instabile. Ovviamente è più facile perseguitare un lavoratore senza garanzie, per non parlare poi delle lavoratrici donne da sempre più esposte alle molestie sessuali e ad altre forme di ricatto”.
La sociologa, nel capitolo in cui definisce le caratteristiche psicosociali del mobbing, individua le categorie dei soggetti più a rischio: i creativi, gli onesti, i disabili, i cosiddetti superflui, cioè figure che per un motivo o per l’altro si differenziano rispetto all’ambiente lavorativo e proprio per tale diversità vengono emarginati o allontanati dal lavoro. Ma esiste anche una questione mobbing legata al genere: le donne, anello debole all’interno dell’organizzazione del lavoro, subiscono attacchi e pressioni prevalentemente quando rientrano dalla maternità, oppure quando entrano nel mirino di capi molesti. Ma la molestia sessuale da sola non basta a configurare un caso di mobbing, che se riconosciuto prevede un cospicuo risarcimento relativo ai danni morali, biologici, patrimoniali ed esistenziali subiti.
Come arginare un fenomeno così subdolo, ma estremamente diffuso in un mercato del lavoro che negli ultimi 10 anni si è particolarmente abbruttito? Un solo "farmaco" efficace non c'è, secondo l'assessore provinciale al Lavoro Gianluca Ferrari che ha concluso l'incontro "si potrebbe però mettere in campo una terapia che contempli diversi strumenti: per prima cosa occorre rafforzare le competenze ma anche l'autostima dei lavoratori in modo da diminuire il loro tasso di fragilità, in secondo luogo bisogna costruire strumenti di ascolto dedicati a queste problematiche. Nel privato si può pensare alla figura del delegato sociale, mentre nel pubblico l'Ufficio delle Consigliere di parità, in stretto raccordo con i Centri per l'impiego, potrebbe diventare un punto di ascolto importante, in ogni caso però dobbiamo cercare noi tutti di risignificare il lavoro per restituire dignità ai lavoratori e alle lavoratrici".
Mobbing, i lavoratori precari sono i più a rischio
Su iniziativa dell’assessora alle Pari Opportunità Loredana Dolci e delle Consigliere di parità Natalia Maramotti e Donatella Ferrari si riapre a Reggio Emilia, dopo anni di silenzio, la questione del mobbing. Provincia e consigliere di parità hanno infatti presentato ieri nella sala Conferenze di Palazzo Magnani il volume curato dalla sociologa Catia Iori “Vivere e lavorare con dignità. Come difendersi dal Mobbing” (Carocci editore), che oltre ad altri saggi raccoglie gli atti del convegno organizzato a Modena nel 2004 dalle Consigliere di parità Isa Ferraguti e Mirella Guicciardi presenti ieri a Palazzo Magnani.
Da allora ad oggi, come ha spiegato Catia Iori, il mobbing ha continuato anche in Italia a mietere vittime: 1,5 milioni di lavoratori e lavoratrici, secondo le associazioni nate per combattere questa piaga sociale che colpisce il 6% della popolazione attiva. Non sappiamo quanto ampio sia il fenomeno a Reggio Emilia, in quanto non c'è un osservatorio in grado di monitorarlo, ma sappiamo che esiste, ammorbando in maniera trasversale le grandi come le piccole imprese, pubbliche e private. Proprio in questi giorni sono due i casi di cui sono venute a conoscenza le Consigliere di parità (che però non possono agire in giudizio in tema di mobbing) e che riguardano una disabile impiegato in un ente pubblico e una lavoratrice cinquantenne, con un figlio a carico, a rischio licenziamento. A ciò si aggiungano gli otto casi di altrettanti lavoratori occupati in aziende reggiane (dei quali si è venuti a conoscenza, ma certamente non saranno i soli) e dei quali si sta occupando la Clinica del Lavoro di Milano, che in questi anni ha contribuito a sviluppare la conoscenza e la sensibilizzazione sociale al problema.
“Se fino agli anni ’90 – sottolineava la ricercatrice Catia Iori - il Mobbing si configurava come fenomeno certamente allarmante ma comunque circoscritto alle organizzazioni più vaste, oggi siamo in presenza di una realtà trasversale, che va di pari passo con il deteriorasi del mercato del lavoro, sempre più precario e instabile. Ovviamente è più facile perseguitare un lavoratore senza garanzie, per non parlare poi delle lavoratrici donne da sempre più esposte alle molestie sessuali e ad altre forme di ricatto”.
La sociologa, nel capitolo in cui definisce le caratteristiche psicosociali del mobbing, individua le categorie dei soggetti più a rischio: i creativi, gli onesti, i disabili, i cosiddetti superflui, cioè figure che per un motivo o per l’altro si differenziano rispetto all’ambiente lavorativo e proprio per tale diversità vengono emarginati o allontanati dal lavoro. Ma esiste anche una questione mobbing legata al genere: le donne, anello debole all’interno dell’organizzazione del lavoro, subiscono attacchi e pressioni prevalentemente quando rientrano dalla maternità, oppure quando entrano nel mirino di capi molesti. Ma la molestia sessuale da sola non basta a configurare un caso di mobbing, che se riconosciuto prevede un cospicuo risarcimento relativo ai danni morali, biologici, patrimoniali ed esistenziali subiti.
Come arginare un fenomeno così subdolo, ma estremamente diffuso in un mercato del lavoro che negli ultimi 10 anni si è particolarmente abbruttito? Un solo "farmaco" efficace non c'è, secondo l'assessore provinciale al Lavoro Gianluca Ferrari che ha concluso l'incontro "si potrebbe però mettere in campo una terapia che contempli diversi strumenti: per prima cosa occorre rafforzare le competenze ma anche l'autostima dei lavoratori in modo da diminuire il loro tasso di fragilità, in secondo luogo bisogna costruire strumenti di ascolto dedicati a queste problematiche. Nel privato si può pensare alla figura del delegato sociale, mentre nel pubblico l'Ufficio delle Consigliere di parità, in stretto raccordo con i Centri per l'impiego, potrebbe diventare un punto di ascolto importante, in ogni caso però dobbiamo cercare noi tutti di risignificare il lavoro per restituire dignità ai lavoratori e alle lavoratrici".
Di Mauro: “No alla spesa corrente per precari enti locali”
Sicilia 24 ore - Economia
PALERMO - Sull’abrogazione della norma della Finanziaria 2009, che esclude delle spese correnti soggette al vincolo del patto di stabilità degli enti locali i finanziamenti per la stabilizzazione dei precari, l’assessore regionale al Bilancio Roberto Di Mauro ricorda che la stessa Corte dei conti ha evidenziato in maniera decisa l’insostenibilità della norma, che rischierebbe di far saltare il patto di stabilità della Regione.
20 novembre 2009
Precari: Panepinto (PD), circolare mette a rischio
stabilizzazione in enti locali
Scritto da Redazione Dalla Regione, Lavoro, Politica, Ultime
13 nov 2009 | 15:31 | letto 289 volte | Stampa Stampa
“Bisogna ritirare la circolare dell’assessorato al Bilancio in base alla quale anche le risorse per gli enti locali destinate alla stabilizzazione dei precari devono rientrare nel patto di stabilità. Imponendo adesso questo vincolo, di fatto, si mette a rischio il destino lavorativo di centinaia di precari impegnati nelle amministrazioni comunali di tutta la Sicilia”. Lo dice Giovanni Panepinto, deputato regionale del PD e componente della commissione Bilancio all’Ars, che ha presentato una interrogazione all’Ars.
“Oltretutto – aggiunge – è inaccettabile che una semplice circolare possa stravolgere un articolo di legge contenuto nella scorsa finanziaria che prevedeva, appunto, che questo tipo di trasferimenti potessero superare i parametri del patto”.
Se Brunetta canta vittoria
per un suo passo indietro sui precari è davvero in difficoltà. Comunicato stampa di Carlo Podda Segretario Generale FP CGIL Nazionale
Fa quasi tenerezza un Ministro che si vanta di una sconfitta. Oggi Brunetta, dopo un clamoroso quanto salvifico passo indietro sulle stabilizzazioni dei precari, attacca il nostro sindacato che, a suo dire, avrebbe agitato la questione dei licenziamenti di massa dei precari della pubblica amministrazione senza che ce ne fosse motivo.
Dimentica il Ministro che le nostre denunce erano riferite all'atto senato 1167 (atto mai approvato, che avrebbe causato il licenziamento di almeno 60.000 precari a partire dal 1 Luglio, cioè oggi), e che sono terminate allorquando il Governo, con decreto, è tornato su suoi passi.
Che il Ministro ci attacchi vantandosi di un suo passo indietro, è quantomeno comico. D'altronde parliamo dello stesso Ministro che ha per mesi contrapposto ai dati ufficiali della Ragioneria Generale dello Stato, il suo personale monitoraggio, risibile al limite del grottesco (meno della metà degli enti censiti al solo fine di ridimensionare il fenomeno).
Restando in tema di date, spieghi piuttosto il Ministro per quale motivo al primo Luglio, al contrario di quanto ha sostenuto egli stesso, le vantate restituzioni del salario accessorio sottratto ai dipendenti pubblici non sono ancora state effettuate.
Un dato è certo. I precari della pubblica amministrazione tirano un sospiro di sollievo, e per noi è il risultato più importante.
Roma, 1 Luglio 2009
20,55 - 20.58 - 21,00 - 21.01
niente da dire: unica mano, assenza di PENSIERO PROPRIO, grandissimo copia-incolla
copia-incolla si, copia-incolla no il problema esiste realmente
Quello che conta è incollare la notizia nel tuo cervello, impegnato a criticare ogni cosa. Il fatto che tu hai letto la notizia è un successo di caffescorretto, ti sei lasciato andare, certamente la tua lettura non frutterà niente per la lotta e la causa dei lavoratori precari. Visto che parli di assenza di pensiero, esprimi una tua opinione in merito a quanto copia - incolla hai assorbito.